
Il curatore della mostra dell’argentino Leòn Ferrari, vera stella in occasione dei Rencontres d’ Arles, ha lanciato una provocazione, di quelle destinate e creare polemiche e discussioni per parecchio tempo. Secondo Andrés Duprat, infatti, la fotografia tradizionale o come espressione fine a se stessa, non esiste più. Oggi questa raffinata tecnica va inserita in altre manifestazioni artistiche umane, a partire dalla scultura fino ad arrivare alla pittura e al collage. Insomma, in una parola contaminazione, elemento che non manca mai in ciò che produce lo stesso Ferrari. In ogni caso, però, tale tendenza riguarda più o meno soltanto lui attualmente, almeno per quel che concerne i partecipanti alla kemesse fotografica.
Fino al prossimo 19 settembre, infatti, Arles diventerà la capitale della fotografia proponendo più di sessanta mostre e inserendosi, ancora una volta, fra gli eventi annuali più interessanti dell’Europa e non solo della Francia. La rassegna, è nata nel 1968 grazie a Lucien Clergue, Jean- Maurice Rouquette e Michel Tournier e, da allora, è diventata tra le più frequentate e conosciute del mondo.
Dedicata ai grandi mostri sacri del settore, ma anche ai giovani emergenti, propone sempre elementi di innovazione poi presi ad esempio, nel resto dei Paesi. Per l’occasione è stata allestita pure una mostra su Mike Jagger, ma non meno interessante è quella dal titolo La seconde historia, che parla per immagini dei taroccamenti politici delle foto in Cina prima di Photoshop. Polaroid en péril è dedicata ai nostalgici, mentre appare tanto divertente La haute société, Photographies mondaines de 1940 à 2010. Poco o niente ricorda invece le nuove tecnologie che oggi, volenti o nolenti, invadono il mercato. A partire dal web, fino ad arrivare all’iPad e iPhone. In ogni caso, Arles rappresenta comunque un must, un appuntamento imperdibile che coniuga natura e arte e unisce appassionati e professionisti: in una parola un evento unico, comunque, imperdibile.





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